Australia: dal carbone alle ceneri in nome del profitto

Sarah Sbabo

Negli ultimi mesi, in Australia 25 persone sono morte, 10 milioni di ettari di terra sono andati distrutti così come quasi 2'000 abitazioni e oltre un miliardo sono stati gli animali rimasti vittime dei roghi.

 

Gli incendi e i periodi di siccità non sono un fenomeno raro in Australia, ma ciò che è accaduto quest’anno è totalmente fuori dalla normalità. Il 2019 è stato l’anno in cui sono state registrate le temperature più alte nella storia australiana, 1.95 gradi superiori alla media, ed è stato anche l’anno più secco, infatti le piogge sono state del 40% al di sotto della media. Ma perché questi fenomeni si sono verificati? Uno studio sulla storica stagione degli incendi del 2018 nel Queensland ha rilevato che le temperature estreme che hanno coinciso con gli incendi erano quattro volte più probabili a causa del cambiamento climatico causato dall'uomo. Infatti i gas a effetto serra, prodotti principalmente dai settori industriale, energetico e agroalimentare, cambiano l’equilibrio delle radiazioni terrestri permettendo a sempre meno calore di uscire dall’atmosfera.

 

Se una fetta importante di colpa per l’imponente devastazione avvenuta in Australia si può attribuire al cambiamento climatico, allora il popolo australiano dovrebbe biasimare il suo premier Scott Morrison e il suo governo borghese e irresponsabile nella gestione ecologica, le cui politiche economiche non puntano certo alla sostenibilità. L’Australia infatti è la prima esportatrice al mondo di carbone con il quale vengono generati due terzi dell’elettricità consumata in tutta la nazione. Il governo di Morrison, esattamente come il precedente, anziché cambiare la sua politica in materia di esportazioni e cercare una via sostenibile per la produzione di elettricità nel suo Paese, preferisce mantenere la stessa linea e ignorare l’emergenza climatica per un solo e unico scopo: il massimo profitto che non è in linea però con gli interessi e il bene della popolazione. Infatti come vittima reale dei roghi e delle conseguenze che essi hanno portato, il popolo australiano, come ricorda anche il Partito Comunista d’Australia in una sua dichiarazione, pretende ora un intervento immediato ed efficace perché consapevole che un’azione politica per la protezione dell’ambiente e per combattere il cambiamento climatico è necessaria.

 

Nel 2018 Morrison e il suo governo hanno respinto il rapporto del Comitato dell’Onu per il clima, il quale chiedeva di eliminare progressivamente tutte le centrali a carbone entro la metà del secolo per evitare l’ulteriore innalzamento delle temperature prima del punto di non ritorno. La scusa utilizzata per mascherare i meri interessi economici e capitalistici è stata il voler assicurare dei prezzi dell’elettricità più bassi per famiglie e imprese. Chiaramente è più facile continuare a sfruttare le risorse fossili per le esportazioni e l’approvvigionamento energetico, in questo modo però il governo australiano perde l’occasione di mettersi in gioco e partecipare al processo di transizione energetica necessario su scala globale.

 

Nonostante il premier australiano, confrontato con l’evidenza dei fatti abbia ammesso che il cambiamento climatico ha contribuito a rendere così devastanti gli incendi, il suo governo non solo non si impegnerà a ridurre le esportazioni di carbone e di conseguenza le emissioni, ma anzi continuerà a portare avanti il progetto della miniera Carmichael. La miniera Carmichael sarà una delle più grandi al mondo, la sua costruzione richiederà l’investimento di 16 miliardi di dollari e 30'000 ettari di territorio. Una volta ultimata, produrrà 60 milioni di tonnellate all’anno di carbone. Il progetto è affidato al colosso indiano Adani, il quale ha ricevuto una concessione di ben 60 anni per prelevare tutta l’acqua di cui necessita. Questa miniera avrà secondo gli esperti un impatto letale sulla barriera corallina e minaccerà peraltro anche l’esistenza degli aborigeni Wangan e Jagalingou.

 

Tutto questo ci insegna che nemmeno l’evidenza dei fatti, nemmeno la devastazione vissuta in prima persona e la minaccia del tracollo climatico possono nulla contro la cecità, l’indifferenza e la completa irrazionalità del capitalismo. Il sistema capitalista, votato alla massimizzazione del profitto, è un sistema insostenibile sotto tutti i punti di vista. L’emergenza climatica dimostra che anche quando gli organismi internazionali riescono a mettere d’accordo i Paesi sulla necessità di una transizione energetica, per interessi particolari alcuni settori economici o alcuni governi vorranno proseguire sulla loro strada, minacciando il futuro dell’intero pianeta. Abbiamo visto come i report o gli inviti a cambiare in nome della giustizia climatica lanciati alle nazioni possano non sortire alcun effetto, perché anche se vengono pronunciati da organizzazioni quali l’Onu non sono vincolanti, ma solo raccomandazioni.

 

Appare evidente quindi come sia necessario sfruttare i momenti in cui il popolo può far sentire la propria voce, ovvero durante scioperi e manifestazioni, per agire concretamente e non risultare solo una massa di persone che gridano formule preconfezionate e inefficaci. In Ticino ad esempio il Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA) ha formulato alcune proposte concrete che toccano le principali cause di inquinamento nel Cantone: per quanto riguarda i trasporti ad esempio le rivendicazioni principali, portate già allo sciopero del 15 marzo dell’anno scorso, sono la gratuità dei trasporti pubblici per i giovani in formazione (misura di impatto sia ecologico che sociale), e il trasferimento del traffico merci dalla strada alla rotaia.

 

Per questo invito tutti in vista del prossimo sciopero per il clima del 15 maggio ad organizzarsi per individuare degli obiettivi concreti e raggiungibili e per denunciare una volta per tutte le responsabilità del settore industriale, militare e finanziario, senza farsi illudere dai “green washing” che il padronato è bravo a mediatizzare. Bisogna evitare di limitarsi a lanciare dei semplici slogan generici e non vincolanti, e proporre misure concrete ed attuabili a livello locale in ogni piazza, solo in questo modo possiamo davvero mettere in moto il cambiamento che è anzitutto politico. Le vittime australiane sono solo parte di una lunga serie e se il sistema resterà il medesimo e il capitalismo continuerà a dominare i governi mondiali, non saranno le ultime.