EFAS, ovvero il coltello dalla parte del manico l’avranno le casse malati!

Audio intervista

di Franco Cavalli

 

Riforma pensabile solo con cassa malati unica pubblica

 

Dopo ben 14 anni di dibattiti (!) il Parlamento nazionale ha deciso un’ennesima revisione della LAMal, la legge che regola il funzionamento delle assicurazioni malattia, accettando la riforma nota con l’acronimo di EFAS (tralasciamo le spiegazioni nelle varie lingue nazionali…). Anche questa riforma della LAMal, come quelle che l’hanno preceduta, va in una sola direzione: aumentare la privatizzazione del sistema, cosicché il carattere sociale iniziale (un buon compromesso) della LAMal è stato via via snaturato sotto la pressione dei partiti borghesi e dell’UDC.

 

Ma andiamo con ordine. Tema della riforma è uno dei grandi problemi strutturali con cui è nata la LAMal, e cioè la differenza del finanziamento tra le prestazioni che vengono eseguite in regime stazionario (cioè, con il paziente degente in ospedale o in clinica) o in regime ambulatoriale.

 

Il tema, tra l’altro, io l’avevo già sollevato con una mia interpellanza più di 20 anni fa, ma allora il tutto era stato snobbato, sia a livello del Consiglio Nazionale che del Consiglio Federale. Su questo difetto strutturale della LAMal ci siamo soffermati spesso nei numeri precedenti di questi Quaderni. Ma ci ripetiamo: se una certa prestazione viene fatta in regime stazionario, il costo è coperto per il 55% dal cantone, mentre le casse malati pagano solo il 45%. Se invece la stessa prestazione viene eseguita in regime ambulatoriale, tutto il costo è coperto dalle casse malati. Siccome, sia per l’evoluzione della medicina moderna che per le pressioni al risparmio dei cantoni (che spingono i medici ospedalieri a far fare il più gran numero delle prestazioni prima o dopo il ricovero), il settore ambulatoriale è in continua espansione: questa è una delle ragioni principali dell’esplosione dei premi di cassa malati.

 

Questo trasferimento di prestazioni dallo stazionario all’ambulatoriale fa sì che i premi difatti aumentino molto di più che non i costi, perché le casse malati sono chiamate più spesso a pagare, anche a numero di prestazioni uguale. E quindi è evidente che bisogna trovare un unico sistema di finanziamento, il cosiddetto “monismo”. Per arrivare all’accettazione finale ci sono voluti 14 anni perché le casse malati per moltissimo tempo si sono rifiutate di accettare quella che era la condizione posta dai cantoni e cioè che nella riforma venisse incluso anche il finanziamento delle cure di lunga durata (case anziani e servizi di assistenza e cura a domicilio). Nella versione finale ora si è deciso che ciò avverrà sette anni dopo l’inizio del finanziamento monista. Questo prevede che su tutta la spesa sanitaria, stazionaria e ambulatoriale, i cantoni pagheranno il 26,9% del totale.

 

Ma dove casca l’asino è che in compenso i cantoni han dovuto accettare che il timone di tutto il sistema passi alle casse malati, mentre ora perlomeno per il settore stazionario erano i cantoni a comandare.

 

E, pensando a quanto le casse malati sono state capaci di combinare in questi ultimi 30 anni, durante i quali hanno pensato solo ai loro profitti, uno può facilmente capire che la Sinistra, ma soprattutto i sindacati abbiano deciso di lanciare il referendum. A guidare l’operazione referendaria è la VPOD nazionale: il sindacato dei servizi pubblici teme una “privatizzazione del sistema sanitario”, perché si perde completamente il controllo democratico da parte delle autorità politiche pubbliche. Come è già stato il caso con la precedente riforma della LAMal (che aveva introdotto il finanziamento forfettario e i sussidi alle cliniche private) anche stavolta a farne le spese sarebbe soprattutto il personale, che rappresenta la maggior voce di spesa degli istituti di cura. Purtroppo, in occasione della precedente riforma della LAMal, nonostante che io avessi proposto il referendum (che avremmo facilmente potuto vincere), il PSS e i sindacati avevano alla fine deciso di lasciar perdere, anche se poi anni dopo se ne sono amaramente pentiti. Stavolta non si vuole perdere il treno e ritrovarsi poi tra qualche anno con un sistema ancora più privatizzato e dove ogni decisione importante dipende dalle casse malati.

 

In conclusione: la soluzione trovata con EFAS tecnicamente potrebbe anche essere accettabile. Nella realtà lo diventerebbe però solo se invece di avere una cinquantina di casse malati con altrettanti CEO, avessimo finalmente una sola cassa malati pubblica, gestita con un sistema simile a quello dell’AVS o della SUVA. In quel caso a decidere sarebbero i rappresentanti eletti dal popolo e le associazioni dei pazienti e non invece i super pagati CEO delle casse malati. Un recente sondaggio ha dimostrato che il 70% degli svizzeri sarebbe favorevole a questa soluzione.

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